Rischio chimico: vecchi e nuovi pittogrammi

11 09 2017

 

 

      Questo breve post, lungi dall’essere esaustivo sull’argomento, si prefigge di informare gli studenti che in questo inizio d’anno scolastico affronteranno per la prima volta il corso di chimica. Il tema è il rischio delle sostanze e miscele chimiche pericolose. Per approfondimenti si possono cercare in rete i Regolamenti REACH, CLP, UE n. 453/2010 e i riferimenti al Titolo IX, Capo I, del D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, Istituti scolastici compresi.

     L’immagine in basso mostra un confronto fra i vecchi e i nuovi simboli (pittogrammi) che devono essere presenti sulle etichette delle sostanze chimiche prodotte, importate o commercializzate in Europa.

     In un precedente post ho fatto riferimento alle vecchie frasi di Rischio R e Consigli di Prudenza S, sostituiti rispettivamente dalle nuove Indicazioni di Pericolo (Frasi H) e Consigli di Prudenza (Frasi P).

     Segnalo che le sostanze chimiche alle quali si riferiscono i vecchi e nuovi pittogrammi sono presenti in molti prodotti di uso comune, oltre che nei vari settori industriali: chimica, costruzioni, tessile, agricoltura, alimentazione, informatica, lavorazione dei metalli, smaltimento e riciclaggio dei rifiuti ecc. Tra i materiali di uso quotidiano che necessitano delle indicazioni di rischio, alcuni anche a scuola, ci sono: detersivi, materiali per le pulizie in generale, alcuni materiali di cancelleria, materiali utilizzati nel laboratorio di chimica e biologia, smalti per metallo e legno, colori utilizzati per i tatuaggi, sostanze emanate dai mobili soprattutto se nuovi, idrocarburi, cosmetici, ecc.

     L’Unione Europea, negli ultimi anni, oltre ad emanare il Regolamento REACH che stabilisce regole comuni su registrazione, importazione e commercio di sostanze, ha costituito anche l’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA, sito in italiano) che ha sede nella capitale della Finlandia, Helsinki. L’ECHA coordina e controlla che i Paesi membri attuino i nuovi regolamenti sulle sostanze chimiche. Per aumentare il livello di protezione della salute umana, degli altri viventi e dell’ambiente, è stato emanato anche il Regolamento CLP (Classification, Labelling and Packaging), entrato in vigore nel 2009. In Italia la legislazione in materia di sicurezza è stata armonizzata con il Decreto legislativo 81/2008.

Crediti immagine: Tecna Parma (Ambiente, Sicurezza, Qualità, Medicina). Video: Regolamento CLP e nuovi pittogrammi, di Marina Feriotti. Un video più dettagliato: L’etichettatura GHS-CLP, di Graziano Pitis.




La produzione chimica in Europa e nel mondo

7 09 2017

     Il settore dell’industria chimica per molti decenni in Europa è stato all’avanguardia nel mondo. La produzione chimica europea era circa un terzo di quella mondiale.

     Nell’ultimo decennio, anche a causa della crisi economica e finanziaria che ha colpito soprattutto i Paesi occidentali e dalla quale l’Europa sta uscendo solo adesso, la produzione del settore chimico in Europa è calata al 15% circa. Di pari passo i Paesi Emergenti (BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), anche grazie alle regole di produzione meno rigorose, alla minore attenzione dell’impatto produttivo sull’ambiente e al basso costo della manodopera, hanno aumentato di molto la produzione, sia per i consumi interni sia per le esportazioni. La Cina in particolare, da 2007 al 2016 ha aumentato la sua produzione di materiali chimici dal 12% al 40% circa della quota mondiale.

     Anche in questo settore, purtroppo, l’Europa ha perso il suo ruolo di leadership. Nel vecchio continente rimangono i maggiori centri di ricerca chimica specialistica, mentre per la chimica di base ormai, per quantità di produzione la fanno da padrone i Paesi emergenti.

     Nel settore della petrolchimica poi l’Europa, e l’Italia in particolare, non investono da un paio di decenni, né nel settore pubblico con ENI né in quello privato.

Riferimenti: Ilsole24ore; Federchimica




Rapporto OCSE 2015: Finanziamenti per l’istruzione e tasso di laureati

3 12 2015

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il rapporto OCSE 2015 sull’istruzione riguarda l’analisi di diversi temi: i livelli d’istruzione conseguiti, competenze e partecipazione nel mercato del lavoro; equità nell’istruzione e nel mercato del lavoro; finanziamento dell’istruzione; la professione di docente; l’istruzione terziaria (universitaria, breve e magistrale, compresi i dottorati).

     In questo breve post segnalo soltanto tre tabelle significative della considerazione in cui è tenuta l’istruzione nei vari Paesi dell’OCSE.

     La prima riguarda la “Spesa per le istituzioni del settore dell’istruzione in percentuale del PIL, da fonti pubbliche e private di finanziamento per le scuole primarie, secondarie e post secondarie non universitarie”.

     La seconda riguarda la spesa per l’istruzione terziaria.

     L’Italia, ormai da decenni, si colloca nella parte bassa dell’elenco: è tra i Paesi che spendono molto meno rispetto alla media OCSE, sia per l’istruzione primaria e secondaria, sia per quella universitaria delle lauree brevi e di quelle magistrali, come anche per i dottorati. D’altra parte, anche il contributo ricevuto dai dottorandi nelle università italiane sono decisamente più bassi di quelli erogati dalle università straniere. Se a questo si aggiungono le scarse prospettive offerte ai laureati e ai dottorandi, si capisce perché tanti preferiscano completare i loro studi rivolgendosi (da anni) ad università di altri Paesi.

     La terza tabella è sul tasso di laureati/diplomati del livello terziario (universitario) in Italia in rapporto alla media OCSE. Si nota la bassissima percentuale, nel nostro Paese, dei diplomati in programmi di studio a ciclo breve professionalizzante, la bassa percentuale dei laureati di 1° livello e, invece, una percentuale di laureati di 2° livello superiore a quella della media OCSE.

Per saperne di più, visita il sito: www.oecd.org/education/education-at-a-glance-19991487.htm . Chi vuole, può consultare solo la Scheda Paese riferita all’Italia: Uno sguardo sull’istruzione 2015.




Energia fotovoltaica in Europa

31 05 2014

     Si tratta di uno dei pochi settori in cui l’Italia non compare nella parte bassa o medio-bassa delle classifiche europee. Nella ricerca della diversificazione energetica, nella transizione dalle fonti energetiche fossili e non rinnovabili verso quelle rinnovabili, in particolare verso il fotovoltaico, l’Italia è al secondo posto dopo la Germania.

Il grafico a sinistra mostra la disponibilità di potenza fotovoltaica in watt per abitante nei primi dieci Paesi europei. Altri Paesi, come Francia, Regno Unito, Svizzera, hanno valori più bassi di energia da fotovoltaico perché hanno fatto altre scelte. Le Francia ad esempio ha una notevole produzione energetica di origine nucleare, mentre Svizzera e Regno Unito hanno condizioni climatiche meno vantaggiose per sfruttare l’energia solare, rispetto ai Paesi mediterranei.

I dati con cui è stato costruito il grafico sono stati ricavati dall’EPIA, European Photovoltaic Industry Association, Global Market Outlook for Photovoltaics 2013-2017.

Secondo alcuni, nettamente contrari alla costruzione di pannelli fotovoltaici a terra, sarebbe stato meglio se anche in questo settore l’Italia fosse rimasta tra gli ultimi. Quali sono le Regioni italiane con la maggiore produzione di energia di origine fotovoltaica in rapporto al numero di abitanti? Basilicata, Puglia, Molise, Abruzzo, Marche e Umbria. Chi ha attraversato in treno o in auto queste Regioni si sarà senz’altro reso conto dell’impatto di alcuni  impianti sul paesaggio, ma se si vuole produrre energia bisogna pur fare delle scelte. Certo sarebbe stato molto meglio costruire impianti solo su capannoni, abitazioni, parcheggi, centri commerciali, autorimesse e non sui suoli agricoli. Ormai alcuni errori sono stati fatti e l’importante è trarne insegnamento per il futuro.

     Ma cos’è esattamente l’energia fotovoltaica? È una forma di energia che si ottiene dalla trasformazione dell’energia luminosa delle radiazioni solari in energia elettrica. Come altre forme di energia (da biomassa, eolica, …) rientra fra le energie rinnovabili. Per sfruttare questa forma di energia sono necessari sistemi (o impianti) fotovoltaici in grado di produrre “l’effetto fotovoltaico”. Gli impianti fotovoltaici possono essere a “isola”, cioè del tipo “stand alone” e servono per alimentare piccole strutture: lampioni, ripetitori, segnalatori stradali, …; in questo caso sono anche provvisti di accumulatori (batterie) che vengono ricaricati di giorno, quando c’è energia in eccesso, per poi essere sfruttati di notte.

Una seconda grande categoria di impianti fotovoltaici è costituita da quelli connessi alla rete elettrica: “grid connected”.  Rientrano in questa tipologia quelli installati sui tetti o, se di grandi dimensioni, a terra.

Un’altra classificazione degli impianti fotovoltaici si basa sulla loro potenza nominale, per cui ci sono impianti piccoli, con potenza nominale fino a 20 kWp (kilowatt di picco); impianti medi con potenza compresa tra 20 e 50 kWp e impianti grandi con potenza nominale oltre 50 kWp.

Come in altri settori, anche le componenti degli impianti fotovoltaici hanno subito significativi miglioramenti che le hanno rese più efficienti negli ultimi anni.

Riferimenti: http://www.epia.org/home/

 




Conferenza nazionale sul regolamento REACH

10 12 2013

     Sarà la quarta conferenza nazionale su questo regolamento e si terrà il 16 dicembre prossimo a Roma, dalle 9,00 alle 17,15, presso la Biblioteca Nazionale Centrale.

     Ma cos’è il regolamento REACH? Si tratta di un documento che regola l’introduzione e la commercializzazione in Europa delle sostanze chimiche. REACH è l’acronimo di Registration, Evaluation, Authorization of Chemicals e il regolamento fu approvato dal parlamento europeo il 18 dicembre 2006 (CE 1907/2006). 

     L’obiettivo fondamentale del documento è la garanzia di un maggior livello di protezione della salute umana e dell’ambiente dai prodotti chimici potenzialmente pericolosi. Nello stesso tempo si vuole favorire l’industria chimica, la sua innovazione e la competitività europea sostituendo progressivamente le sostanze chimiche caratterizzate da maggiori rischi con altre meno pericolose. Tutte le sostanze prodotte in Europa e, a maggior ragione, quelle importate da altri continenti in quantità rilevanti (oltre una tonnellata per anno), devono obbligatoriamente essere registrate e accompagnate da informazioni esaurienti e da studi che ne attestino la sicurezza per l’uomo e l’ambiente. Restrizioni e accertamenti sono previsti per le sostanze più problematiche: quelle tossiche, quelle bioaccumulabili o addirittura mutagene.

     Gli aspetti amministrativi, tecnici e scientifici del REACH e la sua applicazione sono gestiti dall’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA) che ha sede a Helsinki. Un altro aspetto importante gestito dall’ECHA è la sperimentazione di sostanze chimiche (medicinali, fitofarmaci, prodotti cosmetici) sugli animali e la pubblicazione di informazioni sulla loro sicurezza. La responsabilità e la prova dell’assenza di rischi delle sostanze prodotte o commercializzate sono a carico delle imprese e non della comunità europea.

     Per saperne di più sulla situazione italiana, puoi consultare il Piano Nazionale d’Attuazione del regolamento REACH. 

     La conferenza del 16 dicembre è organizzata dal Ministero dell’Ambiente, l’ISPRA, dall’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione di altri ministeri (Salute, Sviluppo economico). Chi ne ha la possibilità e vuole partecipare, deve registrarsi. Puoi consultare il denso programma dell’evento. Il logo è tratto dal sito ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.  Per informazioni più tecniche sul REACH: http://it.wikipedia.org/wiki/REACH .

 




La scuola, l’Italia, l’Europa

7 01 2013

     Dopo il post su Marie Curie, una protagonista della storia della Scienza, propongo un problema attuale che non riguarda argomenti scientifici ma economici e sociali: la scuola e un confronto tra la spesa pubblica per l’istruzione in Italia e in altri Paesi. Ogni anno viene pubblicato un rapporto OCSE-PISA sui livelli di apprendimento in vari Paesi. Di solito, per la matematica e le scienze l’Italia non ne esce bene, anche se la situazione è diversa a seconda delle Regioni e delle aree geografiche. Ma quanto spendiamo per l’istruzione primaria, secondaria e universitaria rispetto ad altri Stati?

Il rapporto annuale dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, comprende molti Paesi europei e altri di diversi continenti) “Education at a Glance” (EAG), nella sua dodicesima edizione, pubblicata nello scorso settembre, ha messo a confronto i sistemi educativi di 34 Paesi membri dell’Organizzazione. Nei grafici ho rappresentato la spesa pubblica italiana per l’istruzione in rapporto alla media dei Paesi OCSE. Il primo grafico si riferisce alla spesa pubblica in relazione al PIL. Il secondo riguarda la spesa per l’istruzione rispetto al totale della spesa pubblica. Il terzo e il quarto grafico riguardano rispettivamente la spesa per ogni studente di scuola primaria-secondaria e universitario.

I dati sono chiari, mostrano gli squilibri anche notevoli tra l’investimento italiano per l’istruzione e quello medio dell’OCSE. Ciò che infastidisce, inoltre, sono i continui attacchi alla scuola pubblica e a quanti vi studiano e lavorano in  condizioni di difficoltà, continui tagli e precariato. Se poi gli attacchi provengono da personalità di governo e della politica che guadagnano milioni o centinaia di migliaia di euro all’anno, diventano insopportabili. La scuola pubblica è anche uno degli strumenti fondamentali per raggiungere un fine segnalato oggi stesso da un’esortazione del Papa: “non rassegnarsi allo spreed sociale mentre si combatte quello della finanza”. Con una scuola e un’università pubblica sempre più povere e ridimensionate, le differenze sociali tra i cittadini sono destinate ad aumentare.

Non sarebbe opportuno, per il futuro dei nostri giovani e per il Paese intero, un’inversione di tendenza?

 




Appello contro i tagli alla ricerca

16 11 2012

     Poche settimane fa ho scritto sulla perdita di competitività anche scientifica dell’Europa come una delle cause dell’attuale crisi di alcuni Paesi e della situazione di recessione di altri nell’ambito UE.

     Voci molto autorevoli hanno pensato bene di scrivere un appello rivolto alle varie personalità politiche ed economiche europee per evitare ulteriori tagli alla ricerca scientifica. Una forte spinta verso la ricerca e l’innovazione possono trainare e accelerare l’uscita dall’attuale crisi. Mi riferisco sia alla ricerca di base, sia a quella applicata. I Paesi europei non possono competere su Cina, India e altre nazioni “emergenti” sul costo del lavoro. Possono solo continuare nella ricerca di materiali e tecnologie nuove, su nuove produzioni di prodotti di qualità. Se non si guardasse solo indietro, se ci fosse un po’ di lungimiranza, questo semplice concetto sarebbe chiaro anche per alcune persone che fanno politica.

     Poiché i prossimi 22 e 23 novembre i leader europei si riuniranno a Bruxelles per discutere il budget per la ricerca per gli anni 2014-2020, riporto il testo dell’appello per proteggere la Ricerca Europea dai tagli dell’Austerity, firmato da oltre 130.000 docenti, ricercatori e studiosi tra cui, finora, 96 premi Nobel.

Ai capi di Stato o di Governo dei Paesi dell’Unione Europea ai Presidenti delle Istituzioni Europee

Si dice spesso che una crisi rappresenta al tempo stesso un’opportunità. La crisi attuale ci forza a fare delle scelte, e una di queste ha a che vedere con la scienza e il sostegno che le si darà. Nel 2000, voi e i vostri predecessori vi siete posti l’obiettivo di trasformare l’Europa “entro il 2010 nell’economia basata sulla conoscenza più dinamica”. L’intenzione era nobile ed ambiziosa, ma la meta non è stata raggiunta.

La scienza può aiutarci a trovare le riposte a molti dei problemi pressanti che ci si prospettano in questo momento: nuovi modi di ottenere energia, nuove modalità di produzione e nuovi prodotti, migliori strumenti per comprendere il funzionamento della società e migliorarla. Siamo solo all’inizio di una nuova comprensione rivoluzionaria del funzionamento del nostro organismo, con conseguenze inestimabili sul nostro futuro benessere e su una maggiore longevità.

L’Europa è all’avanguardia in molte aree della scienza. Trasformare questa conoscenza in nuovi prodotti, servizi ed attività industriali è il solo modo per dare all’Europa un vantaggio competitivo in un panorama mondiale che cambia rapidamente e per assicurare una prosperità futura e duratura all’Europa.

La conoscenza non ha frontiere. Il mercato globale per l’eccellenza dei talenti è estremamente competitivo. L’Europa non può permettersi di perdere i suoi migliori ricercatori e docenti, e guadagnerebbe enormemente se riuscisse ad attrarre talenti da altre parti del mondo. Ridurre il finanziamento disponibile per la ricerca di eccellenza vuol dire un minor numero di ricercatori preparati. Se ci fosse una seria riduzione del budget per la ricerca e l’innovazione da parte dell’Unione Europea, rischieremmo di perdere una generazione di scienziati di talento proprio nel momento in cui l’Europa ne ha più bisogno.

Da questo punto di vista il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) ha ottenuto in brevissimo tempo  un riconoscimento universale. Finanzia i migliori ricercatori in Europa indipendentemente dalla loro nazionalità: scienziati eccellenti, progetti eccellenti. E’ un complemento di grande valore ai finanziamenti nazionali per la ricerca di base.

Il finanziamento della ricerca a livello europeo agisce da catalizzatore per un uso migliore delle risorse disponibili e rende i finanziamenti nazionali più efficienti ed efficaci. Queste risorse europee sono estremamente preziose ed hanno dimostrato di essere in grado di produrre benefici essenziali per la scienza europea, di aumentare il ritorno a livello nazionale per la società e di migliorare la competitività internazionale.

E’ essenziale che si dia sostegno e, ancora più importante, ispirazione a livello pan—europeo alla straordinaria ricchezza di potenziale in ricerca e innovazione che esiste in tutta Europa. Siamo convinti che anche i ricercatori più giovani faranno sentire la loro voce – e Voi dovreste ascoltare quello che hanno da dire.

La nostra domanda per Voi, capi di stato o di governo e Presidenti che si incontreranno a Bruxelles il 22 e 23 Novembre per discutere del budget della UE per il periodo 2014–?2020, è semplice: quando l’accordo per il futuro budget europeo sarà annunciato, quale ruolo avrà la scienza nel futuro dell’Europa?

Firmato dai vincitori di Premi Nobel e Fields Medals (dopo se ne sono aggiunti altri)

SIDNEY ALTMAN, WERNER ARBER, ROBERT J. AUMANN, FRANCOISE BARRE- SINOUSSI, GÜNTER BLOBEL, MARIO CAPECCHI, AARON CIECHANOVER, CLAUDE COHEN-TANNOUDJI, JOHANN DEISENHOFER, RICHARD R.ERNST, GERHART ERTL, SIR MARTIN EVANS, ALBERT FERT, ANDRE GEIM, SERGE HAROCHE, AVRAM HERSHKO, JULES A. HOFFMANN, ROALD HOFFMANN, ROBERT HUBER, SIR TIM HUNT, ERIC R. KANDEL, KLAUS VON KLITZING, SIR HAROLD KROTO, FINN KYDLAND, JEAN–MARIE LEHN, ERIC S. MASKIN, DALE T. MORTENSEN, ERWIN NEHER, KONSTANTIN NOVOSELOV, SIR PAUL NURSE, CHRISTIANE NUSSLEIN-VOLHARD, VENKATRAMAN RAMAKRISHNAN, SIR RICHARD J. ROBERTS, HEINRICH ROHRER, BERT SAKMANN, BENGT I. SAMUELSSON, JOHN E. SULSTON, JACK W. SZOSTAK, SIR JOHN E. ADA E. YONATH, ROLF ZINKERNAGEL, HARALD ZUR HAUSEN; PIERRE DELIGNE, TIMOTHY GOWERS, MAXIM KONTSEVICH, STANISLAV SMIRNOV, CEDRIC VILLANI.

Petizione online contro i tagli alla ricerca

Immagine tratta da: http://www.torontosun.com/2012/07/10/scientists-mourn-governments-cuts-to-research




Perdita di competitività anche scientifica della cara, vecchia Europa

28 10 2012

     Gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica di un Paese hanno sempre fornito un importante vantaggio competitivo rispetto agli altri Paesi che hanno trascurato questo settore. Di questo si sono avvantaggiati nel secolo scorso le nazioni europee, il Giappone e soprattutto gli Stati Uniti. Ma oggi le cose stanno cambiando o sono già cambiate, lo dimostra la crisi economico-finanziaria degli ultimi anni. I Paesi che spendono meno in ricerca sono quelli che stanno subendo maggiormente la crisi, che è anche crisi industriale e sociale.

     La produzione industriale, la ricerca scientifico-tecnologica è aumentata considerevolmente nei cosiddetti “Paesi emergenti” (altrimenti non si chiamerebbero così), Cina e India in testa ma anche Brasile, Corea del Sud, Singapore, Taiwan, ecc. A livello di ricerca non solo c’è stato un aumento quantitativo della produzione, ma anche qualitativo, perché questi Stati continuano ad aumentare i fondi destinati al settore. L’aumento dei fondi permette di mantenere i ricercatori più validi ed evita che ci sia una forte emigrazione verso Stati Uniti, Australia, Canada ed Europa, come è successo in passato. Anzi, alcuni di questi Paesi (India a parte), che ormai non possono più considerarsi solo emergenti, incominciano ad attrarre a loro volta ricercatori dall’estero.

     Un’indagine statistica su circa 17.000 ricercatori di vari Paesi tenta di realizzare una mappa della ricerca mondiale che probabilmente confermerà questo spostamento verso gli Stati orientali e verso il Brasile. In altre parole, per le loro ricerche gli scienziati seguono il denaro, non perché siano venali: i ricercatori non si arricchiscono; ma perché consente loro di lavorare in laboratori attrezzati e vivere decorosamente con la famiglia.

     Recarsi in altri Paesi per la propria formazione è fondamentale. Ma se dopo una permanenza di alcuni mesi o qualche anno, si decide di rimanere per vari motivi e fanno questa scelta in migliaia, c’è un indubbio impoverimento della capacità di ricerca e innovazione del Paese d’origine. A parte qualche timido e inconcludente tentativo dell’ultimo decennio, la politica italiana della ricerca ha fatto di tutto per allontanare decine di migliaia di ottimi ricercatori. Naturalmente è ancora più bassa la nostra forza attrattiva verso i ricercatori stranieri: insieme all’India siamo il Paese che ne ha di meno (vedi il grafico tratto da http://www.nature.com/news/mfractions-jpg-7.6912?article=1.11602 ). La Svizzera ha addirittura oltre il 50% dei propri ricercatori che sono stranieri. Certo, si tratta di piccoli numeri in confronto agli Stati Uniti che figurano al quarto posto con il loro 38% di ricercatori di provenienza estera, soprattutto da Cina (il 17%) e India (il 12%)..

I risultati completi dell’indagine saranno pubblicati sulla rivista Nature Biotechnology nel prossimo dicembre.

 




Ex fumatori irresistibili

22 09 2012

     Naturalmente auspico che lo diventino tutti i fumatori. Questo post si riferisce ad un’altra iniziativa lodevole della Commissione Europea. Un altro piccolissimo passo verso “l’Europa dei cittadini” e non solo quella delle banche che, negli ultimi anni, hanno monopolizzato attenzioni e risorse. Il progetto del portale http://www.exsmokers.eu/ , da una parte vuole celebrare coloro che hanno smesso di fumare e dall’altra vuole offrire un aiuto per quanti vogliono seriamente smettere. Il sito è fruibile in tutte le lingue dei Paesi dell’Unione e, previa registrazione, permette di accedere alla piattaforma digitale gratuita di educazione alla salute iCoach . Può entrare chiunque, anche solo per curiosità, se non si vuole smettere di fumare. Ma lo scopo è essenzialmente educativo sul tabagismo e di aiuto sulle motivazioni a smettere. Il programma iCoach rappresenta, da qualche anno, la continuazione della campagna “Help: per una vita senza tabacco”, varata dalla Commissione nel 2005.

L’iniziativa vuole cercare di arginare e possibilmente ridurre il vizio del fumo, che comporta per la società rilevanti problemi socio-sanitari e per molti degli interessati e le loro famiglie anche problemi economici.

Per saperne di più

     Da parte mia, non mi stancherò mai di far notare quante sostanze chimiche sono contenute nel fumo di tabacco e gli effetti che esse provocano. Due su tutte: i catrami e il famigerato benzopirene, un idrocarburo (composto formato solo da carbonio e idrogeno) aromatico considerato fortemente cancerogeno dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC). Il benzopirene non viene filtrato dalle nostre mucose e entra nella circolazione sanguigna arrivando nelle cellule, attivato da reazioni chimiche cellulari, interferisce con la duplicazione del DNA. Associato all’inalazione di polveri sottili può produrre effetti devastanti sull’organismo. Negli ultimi mesi la cronaca ci ha riportato uno dei più gravi casi italiani di inquinamento: quello dell’area industriale e dell’impianto siderurgico di Taranto. Un problema sanitario fortemente intrecciato con inchieste giudiziarie e con la grave situazione socioeconomica del Paese, in particolare di Taranto e altre aree del meridione.

Per approfondire: http://it.wikipedia.org/wiki/Benzopireni

http://it.wikipedia.org/wiki/Benzo%28a%29pirene

http://www.cronacalive.it/ilva-di-taranto-tra-polveri-diossina-e-benzopirene/

 




I giovani e le scienze 2012

24 01 2012

 

     Cos’è? Si tratta della selezione italiana di un concorso rivolto a studenti  appassionati e “giovani scienziati”, organizzata dalla Fast (Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche) nell’ambito dell’iniziativa European Union Contest for Young Scientists. Possono partecipare studenti, singoli o in gruppi, con un’età compresa tra i 14 e i 21 anni frequentanti le scuole secondarie di II grado. Cosa fare? Bisogna realizzare uno Studio o progetti originali e innovativi in qualsiasi campo scientifico, ad esempio: acqua, scienze della terra, chimica, fisica, matematica, medicina, salute, scienze biologiche, scienze ambientali, energia (con particolare riferimento alle fonti rinnovabili e alle tecnologie dell’idrogeno), tecnologie dell’informazione, … La scadenza per partecipare alla selezione è molto ravvicinata: il 16 febbraio 2012. Entro tale data, chi volesse partecipare deve preparare il progetto e alcuni documenti in formato cartaceo e/o elettronico, oltre a compilare il modulo di iscrizione. A livello europeo, il Concorso EUCYS è stato voluto da Commissione, Consiglio e Parlamento e intende promuove la cooperazione e l’interscambio tra gli studenti. Per i consigli su come preparare un buon progetto, vedi i link sottostanti. Si tratta di un’ottima opportunità per “mettersi in gioco”, mostrare la propria passione per le scienze e la propria creatività, anche se non si dovesse arrivare alla fase europea.

Per il bando e ulteriori informazioni: http://www.fast.mi.it/giovaniescienze2012.htm oppure: http://ec.europa.eu/research/leaflets/young-scientists/index_it.html