Mostra: Le vie dell’amianto

15 05 2017

 

   Il Centro Interdipartimentale per lo Studio degli Amianti e di altri Particolati Nocivi “Giovanni Scansetti” e l’Università degli Studi di Torino hanno progettato e organizzato la mostra espositiva “Le vie dell’amianto”. Una mostra su questa pericolosa sostanza che si sviluppa lungo un percorso graduale che coinvolge varie discipline: geologia, chimica, storia, economia, medicina, letteratura.

    La mostra è stata allestita nel Palazzo del Rettorato in Via Verdi 8 (o ingresso da Via Po 17), a Torino e, inaugurata lo scorso 10 maggio, sarà visitabile fino al prossimo 9 giugno 2017.

    L’esposizione inizia con informazioni sulla formazione di questo minerale in natura, sulla sua composizione chimica, sulle diverse tipologie di amianto e sulla sua distribuzione sul pianeta. Si prosegue con l’utilizzo del composto, dalla sua estrazione dalle rocce della miniera di Balangero alla lavorazione. Lo step successivo è rappresentato dalla consapevolezza della pericolosità all’esposizione alle fibre di amianto per passare poi alle azioni da mettere in atto per bonificare i siti inquinati da manufatti a base di amianto e quelli che hanno permesso di mettere in sicurezza le cave di Balangero. Il percorso si conclude nella sala degli approfondimenti presso il salone Athnaeum, sempre nel cortile del Rettorato.

     Si segnala che “amianto” è un termine che indica vari composti di silicati fibrosi comprendenti due classi, quella dei serpentini e quella degli anfiboli, ai quali appartengono i sei minerali utilizzati a livello industriale: crisotilo, tremolite, crocidolite, amosite, actinolite e antofillite. Purtroppo tutte le forme di amianto sono considerate cancerogene dalla comunità scientifica e la legge 257 del 1992 in Italia ne ha vietato l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e l’uso per realizzare manufatti di ogni tipo. Ma ci sono Paesi come l’India dove questo minerale viene ancora estratto e lavorato con gravi rischi per la popolazione delle zone interessate.

Il Palazzo del Rettorato in alcune date rimarrà aperto anche in orario serale:

venerdì 19 maggio, ore 20.00/24.00

sabato 20 maggio, ore 18.00/24.00

domenica 21 maggio, ore 18.00/22.00

venerdì 2 giugno, ore 10.00/19.00

sabato 3 giugno, ore 10.00/19.00

domenica 4 giugno, ore 10.00/19.00.

Sono previsti anche incontri con esperti e, il 19 maggio, presso il 30° Salone Internazionale del Libro, ci sarà “Racconti di amianto”, un incontro con gli scrittori che si sono interessati delle vicende delle vittime dell’amianto, anche con pubblicazioni molto significative e toccanti.

Il 27 maggio 2017 è prevista una visita speciale a Casale Monferrato e a Parco Eternot, qui si può scaricare il programma dettagliato. Immagine tratta dalla Brochure della mostra; Il sito: http://www.vieamianto.unito.it/ .

Vedi anche: Piano Nazionale sull’amianto e Impianto fotovoltaico nella cava d’amianto di Balangero.




L’indispensabile e vituperato cemento

3 05 2017

     Negli ultimi sei mesi, in Italia sono crollati all’improvviso tre ponti o cavalcavia, provocando danni e morti. Subito si è cercato di dare la colpa al cemento, al calcestruzzo, all’armatura. Non può essere così. Ce lo insegna la storia di questi materiali: la colpa è sempre umana, del modo in cui i materiali vengono utilizzati, assemblati e della carenza di manutenzione per il cemento armato.

     Il cemento è stato inventato ed utilizzato per ottenere il calcestruzzo almeno da duemila anni. I primi furono i romani che lo utilizzarono insieme alla pietra per costruire acquedotti e ponti, ma l’opera ingegneristica più ardita e bella in calcestruzzo non armato si trova al centro di Roma: è il Pantheon con la sua spettacolare cupola. L’edificio fu costruito da Marco Agrippa (genero dell’imperatore Augusto) tra il 27 e il 25 a.C. ed era dedicato a tutti gli Dei di allora. Lo conferma la grande iscrizione sull’architrave “M. Agrippa L. F. Cos. Tertium fecit” che si traduce in “Lo costruì Marco Agrippa, figlio di Lucio, nell’anno del suo terzo consolato”. Dopo un incendio che ne compromise la struttura, si ritiene che sia stato ricostruito nella composizione attuale tra il 118 e il 125 d.C. dall’imperatore Adriano. Da allora ha resistito al tempo, alle intemperie e ai terremoti fino ad oggi, senza subire danni (a parte alcune superficiali crepe che non ne compromettono la struttura, visibili anche ai turisti) per quasi duemila anni. La cupola è la più grande al mondo: con i suoi 43,44 m di diametro, supera di qualche metro sia quella della Basilica di San Pietro, sia quella di Brunelleschi a Firenze. A mano a mano che nella cupola si procede verso l’alto, il calcestruzzo è stato mescolato a materiali sempre più leggeri: mattoni, tufo e infine lapilli vulcanici, dalla densità simile a quella della pomice.

     Dopo la caduta dell’impero romano, l’uso del cemento e del calcestruzzo è stato abbandonato per oltre mille anni, senza che se ne conosca il motivo. Probabilmente perché non si conosceva ancora la tecnica dell’armatura, e l’uso del calcestruzzo non armato nella costruzione di pavimenti sospesi o travi in presenza di sollecitazioni di flessione, determinava il crollo delle strutture.

     L’invenzione del cemento “armato”, che permetteva di superare queste debolezze del cemento senza armature, arrivò solo nella seconda metà del 1800 grazie ad un giardiniere francese: Joseph Monier (1823-1906). Monier era abituato a fabbricarsi da sé i vasi per le piante e in quel periodo erano di terracotta, perciò si rompevano con maggiore facilità a mano a mano che ne aumentava le dimensioni. Nel 1867 pensò di passare dall’argilla al calcestruzzo. Ma anche in questo caso, soprattutto quelli più grandi, continuavano a creparsi.

     Come è capitato spesso nelle invenzioni umane, il colpo di genio gli venne dal mondo vegetale. Allora era in voga di coltivare anche piante tropicali e piante grasse sotto le serre. Nelle piante grasse come l’Opuntia ficus-indica (il comune Fico d’India delle regioni mediterranee) importata in Europa dall’America con il ritorno della prima spedizione di Cristoforo Colombo, Monier notò che i cladodi (comunemente chiamati “pale”) quando venivano staccati e lasciati marcire, al loro interno presentavano un intreccio di filamenti che conferivano rigidità e flessibilità all’intera pianta.

Monier pensò di inserire anelli di fili d’acciao o di ferro mentre versava il calcestruzzo per costruire i vasi: inventò il cemento armato e brevettò il procedimento, i suoi vasi duravano molto più a lungo.

     Da allora, la Scienza delle costruzioni e l’ingegneria dei materiali hanno fatto enormi passi in avanti e in libreria sono disponibili trattati specifici e approfonditi. Anche in rete si possono trovare saggi e dispense per uso universitario: Le origini del cemento armato; Introduzione alle costruzioni in cemento armato; Il calcestruzzo armato: materiale della modernità; Testi in pdf relativi a volumi sul cemento armato.

     Da qualche secolo, il cemento armato è indispensabile per le costruzioni umane, anche se spesso non piace esteticamente e viene nascosto con mattoni, acciaio, vetro. Oltre alla forma delle costruzioni che può variare moltissimo, un altro punto di forza è il costo basso rispetto ad altri materiali.  “Al prezzo di circa centoquaranta euro a tonnellata, il calcestruzzo è di gran lunga il materiale da costruzione più economico al mondo. Prestandosi inoltre alla costruzione meccanizzata, consente ulteriori riduzioni dei costi. Con una betoniera una persona può costruire le fondamenta, i muri, i pavimenti e il tetto di una casa nell’arco di qualche settimana. Siccome tutti questi elementi fanno parte della stessa struttura, può facilmente resistere per centinaia di anni in qualsiasi condizione atmosferica.(1)

     Perché è necessaria la manutenzione per il cemento armato? Se è vero che l’acciaio inglobato nel calcestruzzo reagisce con la sua umidità e l’ambiente alcalino formando uno strato protettivo di idrossido di ferro, è vero anche che le continue sollecitazioni termiche, dovute all’alternarsi di alte e basse temperature, col tempo possono portare a crepe che favoriscono l’infiltrazione di acqua nel calcestruzzo. Quando l’acqua entra, svolge la stessa azione disgregatrice che opera sulle rocce in montagna: congelandosi si espande aumentando progressivamente la profondità e l’ampiezza delle crepe. Perciò, anche le strutture migliori, collaudate, soprattutto se esposte a vari tipi di sollecitazioni come ponti e viadotti, necessitano di manutenzione dopo alcuni decenni.

     Senza considerare i casi di imperizia o dolo, come una percentuale d’acqua sbagliata nella formazione del calcestruzzo, oppure l’utilizzo di sabbia marina (come si è scoperto in alcune costruzioni venute giù durante l’ultimo terremoto de L’Aquila), o peggio ancora l’utilizzo di acqua salata o salmastra. Le conseguenze sarebbero: distruzione dello strato di idrossido di ferro sulla superficie dell’acciaio e progressivo grave arrugginimento dell’armatura che compromette la stabilità dell’intera struttura.

     Anche ponti, viadotti, cavalcavia costruiti con perizia sono soggetti a questi problemi perché l’utilizzo del sale sull’asfalto innevato o ghiacciato facilita la penetrazione dell’acqua salata nelle fessure e microfessure che inevitabilmente si formano. Perciò, se non vogliamo continuare a guardare con preoccupazione in alto ogni volta che si passa sotto un ponte o in basso quando passiamo sopra i viadotti e i cavalcavia, è necessario intervenire per verificare lo stato di queste strutture e, nel caso, non incolpare i materiali ma chi li ha scelti e come li ha utilizzati. Il presente post, ovviamente, non ha alcun carattere tecnico ma solo divulgativo e didattico. 

Nelle immagini: la cupola del Pantheon a Roma; La New Babylon del Rockefeller center a New York (crediti: Wikipedia ); Il ponte di Millau, inaugurato nel 2004 sulla valle del Tarn nella Francia meridionale, il più alto e uno dei più belli del mondo, costruito su sette piloni uno dei quali con i suoi 343 m supera la Torre Eiffel.

(1) (Mark Miodownik, in “La sostanza delle cose”, 2015, Bollati Boringhieri editore, Torino. Miodownik è ingegnere dei materiali, docente allo University College di Londra, collaboratore di “The Observer” e della BBC, vincitore del Royal Society Winton Prize for Science Books, Regno Unito, 2014 e vincitore dei Communication Awards National Academies of Science, Engineering, and Medicine, Stati Uniti, 2015).