340esimo anniversario della prima determinazione della velocità della luce

10 12 2016

     Oggi sappiamo che la velocità della luce nel vuoto è circa 300.000 km/sec. Ma per secoli si è creduto che la luce avesse una velocità infinita, non calcolabile. I primi tentativi per determinare la velocità della luce furono fatti a partire nel 1600 da Galileo Galilei (1564-1642): con l’aiuto di un assistente, utilizzò due lanterne poste in cima a due colline distanti un miglio e si propose di calcolare il tempo che la luce impiegava per passare da un punto all’altro. Ma per percorrere un miglio, la luce impiega circa cinque milionesimi di secondo, un valore assolutamente non misurabile per le tecnologie dell’epoca.

     Dopo Galileo ci provò un suo seguace: Giovanni Alfonso Borrelli (1608-1679), utilizzando due specchi riflettenti posizionati alla distanza Firenze-Pistoia, ma senza successo.

     Per ottenere la prima misura della velocità della luce si dovette attendere il 1676, quando l’astronomo danese Ole Rømer (1644-1710) utilizzò proprio un metodo astronomico, basato sull’osservazione delle eclissi di Io, uno dei maggiori satelliti di Giove scoperti da Galileo nel 1609 (da lui definiti “pianeti medicei”), viste da posizioni diverse della Terra lungo la sua orbita intorno al Sole. Nel 1676 Rømer lavorava al Reale Osservatorio Astronomico di Parigi, che era diretto dall’italiano Giovanni Domenico Cassini (1625-1712, scopritore di quattro satelliti di Saturno e di una “zona”, o divisione, degli anelli di questo pianeta che porta il suo nome), e aveva ipotizzato che seppur elevatissima la velocità della luce non doveva essere infinita.

     Per le sue misurazioni, Rømer avrebbe dovuto conoscere con precisione il valore del diametro terrestre, ma era stato definito solo in modo approssimativo, perciò ottenne che la luce viaggiava a 350.000 km/sec. L’ordine di grandezza era corretto, ma il valore troppo alto rispetto alla velocità reale. Rømer però ebbe il merito di dimostrare che quella della luce non è una velocità infinita ed è misurabile.

     Il motore di ricerca Google, col suo “Doodle” dello scorso 7 dicembre ha voluto ricordare i 340 anni trascorsi dall’esperimento e spiegare l’ingegnoso metodo utilizzato dall’astronomo danese che fece da apripista per ulteriori misurazioni, sempre più accurate. Infatti nel 1690 ci provò il matematico, astronomo e fisico olandese Christiaan Huygens (1629-1695) che ottenne un valore molto vicino a quello calcolato oggi.

     Dopo Huygens, altri valori sempre più vicini a quelli odierni e con altri metodi furono ricavati da Hippolyte Fizeau (1819-1896) nel 1849 (metodo della ruota dentata) e da Leon Foucault (1819-1868), conosciuto soprattutto per il famoso pendolo col quale dimostrò in modo geniale la rotazione della Terra intorno al proprio asse. Foucault nel 1862 utilizzò il metodo dello specchio rotante.

     Negli ultimi decenni, la determinazione della velocità della luce e delle radiazioni elettromagnetiche in generale, non viene più fatta con metodi ottici ma metodi elettronici. Ad esempio nel 1972, il National Boureau of Standards di Boulder in Colorado ha ottenuto una velocità della luce nel vuoto (c) misurando la frequenza (f) della radiazione emessa da un laser a Elio-Neon e la corrispondente lunghezza d’onda (l). La velocità è stata ottenuta con la relazione c= lf ed è risultata 299.792,4562 km/sec. Altre prove hanno dato 299.792,458 km/sec. Un valore ormai consolidato che costituisce una costante fisica internazionale.

     Ricordo che con questa velocità, la luce emessa dal Sole, che dista in media 150 milioni di km, per arrivare sulla Terra impiega circa 8 minuti e 20 secondi (500 secondi). Dovresti saper calcolare facilmente come si ottiene questo valore, se ricordi che la velocità è data dal rapporto Spazio/Tempo.

Per saperne di più:Video: La velocità della luce(Focus);The Speed of Light: A Digital Story. (In inglese). https://it.wikipedia.org/wiki/Ole_R%C3%B8mer ; https://it.wikipedia.org/wiki/Christiaan_Huygens . Crediti immagine Rømer: Wikipedia .

In basso, il Doodle di Google dedicato all’esperimento di Rømer.




La nuova Tavola Periodica degli Elementi

4 12 2016

     Dopo la proposta dei nomi dei quattro nuovi elementi artificiali scoperti, la IUPAC ha impiegato circa cinque mesi di consultazioni e finalmente pochi giorni fa ha deciso di accettarli. L’elemento 113 è stato chiamato nihonium (simbolo Nh, italianizzato in nihonio), in onore della giapponese Nihon, città dello scopritore. L’elemento 115 è stato chiamato moscovium (simbolo Mc, italianizzato in moscovio), in onore alla capitale russa, anche in questo caso città dello scopritore. L’elemento 117 (simbolo Ts) è il tennessine (o tennessinio), che prende il nome dallo Stato americano del Tennessee, uno dei più conosciuti per le ricerche chimiche. L’elemento 118 invece onora il nome di un chimico russo tuttora vivente, Yuri Oganessian, scopritore di alcuni elementi artificiali. Si chiama perciò oganesson (simbolo Og). Diventa il secondo elemento chimico della storia dedicato ad uno scienziato vivente, dopo il seaborgio (Sg).

     La discussione sull’utilità di questi e altri elementi artificiali continua: trattandosi di elementi fortemente instabili, ottenuti solo in particolari condizioni di laboratorio e per frazioni di secondo, molti li ritengono di nessuna utilità pratica.

     I nomi provvisori e ora sostituiti sulle precedenti tavole erano: 113 (Uut, Ununtrium, ossia uno-uno-tre); 115 (Uup, Ununpentium, uno-uno-cinque); 117 (Uus, Ununseptium, uno-uno-sette); 118 (Uuo, Ununoctium, uno-uno-otto). Per chi si sarà chiesto, magari da anni, il significato di quelle sigle: semplice, si riferivano al numero atomico.

La nuova Tavola periodica è in basso. Chi vuole, può scaricarne una di maggiori dimensioni, eventualmente da stampare, sul sito ufficiale della IUPAC. Vedi anche: I nomi proposti per i quattro nuovi elementi chimici. Crediti immagine: IUPAC. 




Dall’arte tintoria al numero di Avogadro, l’evoluzione della chimica a Torino

1 12 2016

L’Accademia delle Scienze di Torino è sempre più aperta al grande pubblico: dal 1° novembre 2016, la prestigiosa Biblioteca, costituita da un numero di volumi compreso tra 250mila e 300mila oltre a carteggi, manoscritti e codici miniati, è aperta a tutti.

     Nel frattempo proseguono le varie attività: convegni, seminari, adunanze, pubblicazioni, soprattutto attività destinate alla didattica. Percorsi e laboratori didattici riguardanti personaggi scientifici di rilievo nella storia della Scienza.

     Fra le schede più interessanti pubblicate sul sito web, spiccano quelle su “Storia e Scienza” che comprendono anche un dossier sull’evoluzione della chimica in Piemonte: “Dall’arte tintoria al numero di Avogadro, l’evoluzione della chimica a Torino”.

     Il dossier inizia descrivendo la scarsa considerazione in cui era tenuta la Chimica alla fine del 1700, in cui l’insegnamento universitario della chimica era semplicemente inserito nel corso di Fisica, istituito nel 1720. L’excursus storico propone, tra l’altro, le Scuole militari, fra cui quella di artiglieria con un duro percorso di sette anni su corsi di matematica, fisica, chimica e disegno. Si prosegue col gigante della chimica italiana, Amedeo Avogadro, scopritore della legge che porta il suo nome: «A parità di condizioni di pressione e di temperatura volumi eguali di gas contengono lo stesso numero di molecole» , il cui numero 6,022*1023, una costante universale scoperta successivamente, sarà ricordato per sempre come “Numero di Avogadro”. Tra i processi chimici più vistosi rientra anche la colorazione dei tessuti, effettuata una volta con coloranti naturali, comunque da estrarre da prodotti vegetali o animali, e poi dal XX secolo con coloranti di sintesi.

Sommario del dossier:

Crediti, anche immagine: http://www.accademiadellescienze.it/home .

Coloranti: Università di Camerino.




Scienza in diretta: GiovedìScienza 31esima edizione

18 11 2016

     Come negli ultimi 30 anni, anche quest’anno al Teatro Colosseo, nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale dell’Università di Torino e in quella del Politecnico di Torino, ogni settimana si susseguiranno conferenze, esperienze di laboratorio, dimostrazioni, spettacoli teatrali e filmati di grande interesse scientifico. Gli eventi sono gratuiti e previsti per vari giovedì, alle ore 17,30 con ingresso libero fino ad esaurimento posti.

     Dopo la prima conferenza “La gioia di vivere”, di ieri 17 novembre, con la presenza di Vittorino Andreoli, noto psichiatra e scrittore, i prossimi eventi saranno:

- GIOVEDÌ 24 NOVEMBRE 2016, Teatro Colosseo, Albrecht Beutelspacher, Università Johannes Gutenberg di Magonza, Università di Tubinga. Premio Peano 2015. IL FASCINO DEI NUMERI. STORIE E SEGRETI. In collaborazione con l’Associazione Subalpina Mathesis e il Goethe Institut Turin.

- GIOVEDÌ 1 DICEMBRE 2016, Teatro Colosseo, Alberto Angela, paleoantropologo, scrittore e divulgatore. IL SEGRETO DELLA GIOCONDA.

- GIOVEDÌ 15 DICEMBRE 2016, Teatro Colosseo, Alberto Conte, professore emerito Geometria superiore, Università di Torino. Moreno Andreatta, Direttore di ricerca al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) presso l’IRCAM di Parigi e “matemusicista” con la partecipazione di Paolo Conte, avvocato e musicista. MATEMATICA, GEOMETRIA E MUSICA.

- GIOVEDÌ 12 GENNAIO 2017, Teatro Colosseo, Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca e professore di Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale. COME PARLEREMO NEL 2050.

- GIOVEDÌ 19 GENNAIO 2017, Teatro Colosseo, Carlo Alberto Redi, Dipartimento di Biologia e Biotecnologie, Università di Pavia. STORIA DI UNA CELLULA FANTASTICA.

- GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2017, Aula Magna “G. Agnelli”, Politecnico di Torino, Damiano Marchi, antropologo, Università di Pisa. L’ANTENATO CHE NON TI ASPETTAVI.

- GIOVEDÌ 2 FEBBRAIO 2017, Teatro Colosseo, Walter Quattrociocchi, IMT – Alti Studi di Lucca. LA FATICA DI CAMBIARE IDEA.

- GIOVEDÌ 9 FEBBRAIO 2017, Teatro Colosseo, Alberto Bardelli, professore ordinario di Medicina, Università di Torino, Presidente dell’European Association for Cancer Research, Direttore del laboratorio di oncologia molecolare al IRCC Candiolo. CANCRO, PERCHÉ?

- GIOVEDÌ 16 FEBBRAIO 2017, Aula Magna Cavallerizza Reale, Università di Torino, Thibault Damour, Institut des Hautes Études Scientifiques et Académie des Sciences de Paris. L’ENIGMA DELLA GRAVITÀ (In collaborazione con l’Ambasciata di Francia in Italia).

- GIOVEDÌ 23 FEBBRAIO 2017, Aula Magna “G. Agnelli”, Politecnico di Torino. Dalila Burin, Dipartimento di Psicologia, Università di Torino. Premio GiovedìScienza 2016. IL GRANDE GIOCO DELLA RIABILITAZIONE.

- GIOVEDÌ 9 MARZO 2017, Teatro Colosseo, Riccardo Zecchina, DISAT – Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia, Politecnico di Torino, DEEP LEARNING.

- GIOVEDÌ 16 MARZO 2017, Aula Magna Cavallerizza Reale, Università di Torino, Giancarlo Genta, DIMEAS – Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale, Politecnico di Torino. PARTE L’AVVENTURA INTERSTELLARE.

- SPECIALE SCUOLE: Al Teatro Colosseo, alle ore 10,00. Su prenotazione fino ad esaurimento posti.

- Giovedì 2 febbraio 2017, POKÉMON GO: E DOPO? Marco Mezzaglia, Daniele Biolatti, Ivan Ferrero, Alessandro Lombardi. Scuole secondarie di secondo grado.

- Giovedì 9 marzo 2017, MAGIC ANDY: CHIMICAMENTE ESPLOSIVO! Andreas Corner Müller. Scuola primaria (Classi III, IV e V).

Per saperne di più e scaricare l’opuscolo: http://www.giovediscienza.it/ e http://www.centroscienza.it/ . Crediti immagine: Associazioni riportate nei link.

 




Solubilità di alcune sostanze solide in funzione della temperatura

11 11 2016

     Quello proposto a sinistra in questo post è un grafico sulla solubilità molto utilizzato in ambito didattico, rappresenta le curve di solubilità di alcuni sali in acqua in funzione della temperatura.

     In laboratorio ad esempio, si può proporre qualche esperienza sulla solubilità e verificare che effettivamente la solubilità del cloruro di sodio varia poco in relazione alla temperatura, da 34 g in 100 g d’acqua se la temperatura del liquido è prossima a 0 °C, fino a 40 g nella stessa quantità d’acqua alla temperatura di 100 °C. In altri casi, ad esempio col nitrato di potassio, la solubilità sale bruscamente con l’aumentare della temperatura.

     La solubilità è la massima quantità di sostanza che può essere sciolta (massima concentrazione di soluto) in una determinata quantità di solvente ad una certa temperatura. Se si vuole preparare una soluzione senza modificare la temperatura del sistema ed evitare che una parte del soluto solido rimanga sul fondo del contenitore, si deve tener conto della solubilità del soluto.

     Quando nella soluzione non è più possibile sciogliere soluto, la soluzione si dice satura. La solubilità dipende sia dalla natura del solvente sia dal tipo di sostanza che si vuole sciogliere. Se il solvente è acqua, i valori sperimentali che hanno permesso la costruzione del grafico dimostrano che la solubilità varia molto in base al sale considerato. I tratti quasi rettilinei di NaCl, KCl, Pb(NO3)2, NaNO3, indicano un aumento regolare della solubilità all’aumentare della temperatura. Viceversa, le curve relative a CaCl2, KNO3, K2Cr2O7, KClO3, mostrano un aumento della solubilità che si accentua all’aumentare della temperatura. C’è anche il caso, raro per un solido in un liquido, del Ce2(SO4)3 che, all’aumentare della temperatura della soluzione, diventa molto meno solubile.

     La solubilità dei sali in acqua quindi, pur dipendendo dalla temperatura, non lo fa secondo regole precise: può aumentare in modi diversi ma in qualche caso addirittura diminuire.

     La solubilità dei gas invece è molto diversa rispetto a quella dei solidi: oltre alla temperatura, gioca un ruolo fondamentale anche la pressione. L’argomento richiederà una trattazione a parte.

     Sulla solubilità delle sostanze solide in un determinato solvente, è utile ricordare la frase “similia similibus solvuntur”, cioè “il simile scioglie il simile”, riconosciuto già dagli alchimisti medievali. Questo spiega perché in acqua (molecole polari) si sciolgono bene le molecole polari come l’NaCl o il KNO3, mentre le sostanze non polari come l’olio d’oliva o gli altri oli vegetali non si sciolgono in acqua ma solo in solventi non polari, ad esempio nel benzene (C6H6 , riconosciuto cancerogeno e smaltito da tutte le scuole), nell’esano (CH3(CH2)4CH3) e nel cloroformio (o triclorometano, CHCl3).

Crediti immagine: wps.prenhall.com .

Per approfondire la solubilità dei composti ionici in acqua: Antonio Liperoti (1) e (2).




Record di gas serra nel 2015 e 2016: è l’era del CO2

25 10 2016

     Come dimostrano i dati dell’Osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii, in pieno Oceano Pacifico, tra lo scorso anno e quest’anno la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha superato le 400 parti per milione (ppm). Ciò vuol dire che ogni milione di molecole che compongono l’atmosfera, 400 sono costituite dal biossido di carbonio. Non solo, oltre al CO2 sono aumentate le concentrazioni anche di altri gas serra, soprattutto metano (CH4) e protossido d’azoto (N2O).

     In passato, livelli di concentrazioni così elevati di gas serra erano stati raggiunti solo a livello locale e soltanto in determinati periodi dell’anno. Adesso è certificato che si tratta di dati consolidati che riguardano l’intero anno e il pianeta nel suo complesso.

     Le conseguenze? Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO, World Meteorological Organization), agenzia dell’ONU nel campo della meteorologia, il 2016 è stato l’anno più caldo di sempre del nostro pianeta, da quando sono disponibili i dati sulla temperatura mediante misurazioni dirette o indirette. Le modifiche del clima continueranno: il CO2 è un gas persistente, non si trasforma facilmente e la sua riduzione richiederà tempi lunghi. Soprattutto potrà avvenire se si attueranno le strategie concordate nella COP 21, la Conferenza sul clima tenuta a Parigi nel dicembre del 2015. Per i prossimi decenni la situazione continuerà a peggiorare con fenomeni climatici estremi che potranno colpire vaste zone della Terra ed una progressiva desertificazione di alcune regioni che attualmente appartengono alle fasce climatiche temperate e alle zone mediterranee. In questo senso il Sud dell’Italia è in prima linea. Un’altra grave conseguenza di questi livelli elevati di CO2 nell’atmosfera è rappresentata dalla progressiva accelerazione della diminuzione delle riserve d’acqua dolce del pianeta stoccate nei ghiacciai. La riduzione dei ghiacciai è già in atto da qualche secolo, ma da decenni alcuni studiosi per i motivi più disparati hanno negato che tale riduzione e i cambiamenti climatici fossero da mettere in relazione con l’aumento dei gas serra e che possano essere fenomeni duraturi. Li hanno definiti fenomeni ciclici, legati alle variazioni climatiche naturali del pianeta, associate alle fasi glaciali e interglaciali che si sono alternate nella storia passata della Terra.

     Certamente è vero che, oltre alle attività umane che richiedono largo uso di combustibili fossili, ci sono anche fenomeni naturali che contribuiscono all’aumento di CO2 come i grandi incendi e il fenomeno El Niño che ha interessato il Pacifico e l’America centrale e meridionale in modo particolarmente violento, ma i numeri sono impietosi. 400 ppm rilevati lontanissimo dalle aree industriali, sul Mauna Loa nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, indicano che questo temibile gas attraverso le correnti atmosferiche si è ormai distribuito uniformemente sull’intero globo e continuerà a sciogliersi nelle acque di mari e oceani aumentandone gradualmente e impercettibilmente (su scala umana) l’acidità. Contestualmente, l’aumento dell’effetto serra, come una coperta in più che si aggiunge intorno al Pianeta, determinerà l’aumento lento e graduale della temperatura dell’atmosfera, del suolo e delle acque.

     L’accordo di Parigi, se trasformato in atti concreti potrebbe ridurre quest’aumento a soli 1,5 °C per i prossimi decenni: è l’unica nota positiva sui cambiamenti climatici che si stanno verificando. La data ufficiale dell’entrata in vigore del trattato di Parigi è prossima: il 4 novembre 2016, un mese dopo la ratifica dello stesso da parte di almeno 55 Paesi in rappresentanza di almeno il 55% delle emissioni di gas serra avvenuta all’inizio di questo mese.

Crediti immagini: NPR e http://public.wmo.int/en




Un romanzo sulla chimica

23 10 2016

     “La chimica della bellezza” non è un trattato di chimica, né un testo sulla bellezza in sé ma in parte su quella della chimica. Si tratta di un romanzo di Piersandro Pallavicini con una trama suddivisa in varie sottotrame, che hanno per oggetto il mondo della chimica, le sue fatiche e la sua bellezza, i congressi e le pubblicazioni. Ma anche le amicizie, gli amori, la ricerca e il Premio Nobel. Un romanzo articolato, che intreccia la realtà delle scoperte scientifiche e la finzione delle storie e dei personaggi, anche se alcuni di questi si riferiscono a chimici realmente vissuti o viventi, compreso l’autore che è lui stesso un chimico. Un romanzo dell’editrice Feltrinelli che si può trovare facilmente nelle librerie e in rete.

     In un’intervista rilasciata a Federica Tronconi e pubblicata su L’Ultima riga, l’autore tra l’altro riferisce il modo il cui è nato il suo romanzo: “Da una parte mi sono ispirato ad un incontro realmente accaduto nella mia vita, quando a trent’anni ho incontrato ad un convegno il Premio Nobel Jean Marie Lehn. Ho trovato in lui la figura dello scienziato perfetto, un’intelligenza superiore che ha una stima indistinta per tutti senza distinzione tra professore, ricercatore, ecc. Ed è una caratteristica, questa umanità, che ho trovato solo nelle grandi figure, nelle grandi intelligenze. Gli scienziati che ho inserito nella prima storia del  mio romanzo sono modellati sulla figura straordinaria di Jean Marie Lehn. Nella seconda storia invece ricordo Gilbert Lewis, chimico della prima metà del Novecento e l’estensore della chimica che insegno io stesso all’università. Le sue erano teorie sono, ancora oggigiorno, semplici ma geniali. Nonostante la sua genialità non ha mai ricevuto il Premio Nobel per via delle sue critiche mosse nei confronti di alcuni suoi colleghi. Morto suicida, forse per questo motivo, la sua è la storia di una grande ingiustizia. La sua storia mi ha molto colpito e ho voluto inserirla nella seconda parte del romanzo per omaggiarlo della sua grandezza.”Continua con l’intervista …




Lo zolfo in Sicilia

17 10 2016

     Lo zolfo e la Sicilia hanno rappresentato per secoli un binomio vincente. Lo zolfo delle miniere siciliane, sfruttato fin dal periodo dell’Impero romano, ha rappresentato una ricchezza che, nell’ultimo secolo però è stata sfruttata male. Una ricchezza svanita a fine ’800, quando negli Stati Uniti Herman Frasch ideò una tecnica che permetteva di ricavare zolfo a basso costo dalle miniere americane: il cosiddetto metodo Frasch. Declino favorito dall’atteggiamento “miope” dei dirigenti delle miniere siciliane che ignorarono i cambiamenti che stavano avvenendo negli USA e non misero in atto alcun ammodernamento dei sistemi di estrazione.

     Su questo blog è stato già scritto dello zolfo e dei suoi principali composti. In questo post, ricordando che lo zolfo forma composti in centinaia di diversi minerali, sottolineo che può trovarsi anche allo stato nativo. Soprattutto voglio ricordare le miniere siciliane da cui veniva ricavato questo elemento chimico che rientra anche nella composizione della materia vivente.

     Lo zolfo elementare è inodore, il caratteristico odore di “uova marce” che si trova in alcune sorgenti termali (Suio Terme) o nei pressi di alcuni vulcani (Vulcano, nelle Eolie) è dovuto ad un composto: il solfuro di idrogeno (H2S). Oggi l’utilizzo prevalente a livello industriale dello zolfo riguarda la produzione di acido solforico (H2SO4), necessario in molti altri processi.

     I principali giacimenti di rocce ricche di minerali di zolfo, in Sicilia si trovano nelle province di Enna, Caltanissetta e Agrigento, nell’area centrale dell’isola, definita “altopiano gessoso-solfifero”. Ma non mancano miniere anche nelle province di Palermo e Catania. Se si vuole cercare notizie su qualcuna delle centinaia di miniere siciliane: Wikipedia-zolfo_di_Sicilia.

     Riporto un breve brano, l’inizio de “Il fumo” dalla novella “Scialle nero” di Luigi Pirandello (1867-1936), Premio Nobel per la letteratura nel 1934, che fornisce solo una vaga idea del duro lavoro dei minatori:

Appena i zolfatari venivan su dal fondo della «buca» col fiato ai denti e le ossa rotte dalla fatica, la prima cosa che cercavano con gli occhi era quel verde là della collina lontana, che chiudeva a ponente l’ampia vallata.

Qua, le coste aride, livide di tufi arsicci, non avevano più da tempo un filo d’erba, sforacchiate dalle zolfare come da tanti enormi formicaj e bruciate tutte dal fumo.

Sul verde di quella collina, gli occhi infiammati, offesi dalla luce dopo tante ore di tenebra laggiù, si riposavano.

A chi attendeva a riempire di minerale grezzo i forni o i «calcheroni», a chi vigilava alla fusione dello zolfo, o s’affaccendava sotto i forni stessi a ricevere dentro ai giornelli che servivan da forme lo zolfo bruciato che vi colava lento come una densa morchia nerastra, la vista di tutto quel verde lontano alleviava anche la pena del respiro, l’agra oppressura del fumo che s’aggrappava alla gola, fino a promuovere gli spasimi più crudeli e le rabbie dell’asfissia.” Chi vuole può continuare la lettura dell’intera novella: http://www.classicitaliani.it/pirandel/novelle/01_003.htm .

Per approfondimenti sulla storia dello zolfo in Sicilia: http://www.instoria.it/home/zolfo_sicilia.htm .

Video storico (1963) di CinecittàLuce “Erano schiavi dello zolfo”; Documentario di TV2000 “Gli ultimi carusi delle miniere di zolfo in Sicilia”. Crediti immagine: commons.wikimedia.org3008 × 2000 .

 

 




Nobel per la chimica ai meccanismi nano-molecolari

6 10 2016

                La Reale Accademia delle Scienze di Svezia ha assegnato il Premio Nobel per la Chimica di quest’anno a tre studiosi: il francese Jean-Pierre Sauvage, dell’università di Strasburgo, Sir J. Fraser Stoddart (scozzese), della Northwestern University (USA) e Bernard L. Feringa, dell’università olandese di Groningen. Alcuni chimici “puri” saranno rimasti sicuramente sorpresi perché sono stati premiati lavori e scoperte che intersecano varie discipline: chimica, biologia, fisica e nanotecnologie.

     Le motivazioni della scelta: “i tre ricercatori hanno concepito e sviluppato molecole con movimenti controllabili, che possono svolgere un compito quando si aggiunge l’energia”, inoltre “potranno probabilmente essere utilizzate per lo sviluppo di nuovi materiali, sensori, sistemi di accumulo dell’energia”.

     Sono loro che hanno aperto la strada della ricerca e costruzione delle macchine più piccole del mondo. Per la prima volta hanno fatto compiere a macchine “molecolari” movimenti che le cellule, unità viventi, compiono abitualmente in natura: ciglia di protozoi, flagelli di batteri, flagello degli spermatozoi, movimenti di actina e miosina nei sarcomeri delle fibre muscolari, … . L’ordine di grandezza di queste macchine miniaturizzate è dei miliardesimi di metro (10-9m), ma come le comuni macchine a grande scala, anche queste nanomacchine possiedono interruttori e ingranaggi vari costituiti da molecole. Le tappe fondamentali di queste realizzazioni sono: 1983 (Savage), 1991 (Stoddart) e 1999 (Feringa), anno in cui si ottenne il primo “motore” molecolare in grado di muovere corpi nanoscopici. Un motore che due anni fa sono riusciti a far girare dodici milioni di volte al secondo!

     Queste scoperte potrebbero essere le basi per manipolare atomi e molecole come se fossero mattoncini “Lego” e costruire nanomacchine in grado di muoversi a comando e trasportare molecole di farmaci, ad esempio, solo in quella parte di organo e tessuto dove sono necessari.

Alcuni brevi video di presentazione dei vincitori:

Video de La Repubblica; Video in inglese; Video di Askanews.




Nobel 2016 per la fisica alla materia “esotica”

4 10 2016

     Oggi la Reale Accademia Svedese delle Scienze ha comunicato l’assegnazione del Premio Nobel per la fisica a tre inglesi: David Thouless (82 anni), Duncan Haldane (65 anni) e Michael Kosterlitz (73 anni). Kosterlitz, tra l’altro, negli anni ’70 è stato anche studente all’Istituto di Fisica Teorica dell’Università di Torino e conosce bene le montagne piemontesi.   Le loro ricerche risalgono proprio agli anni ’70 e ’80. Le motivazioni dell’Accademia: “I tre scienziati inglesi hanno utilizzato modelli matematici molto complessi e i loro studi stanno permettendo di esplorare gli stati più esotici della materia e di applicare questi ultimi allo studio di nuovi materiali”; inoltre “Hanno aperto la porta a un mondo sconosciuto dove la materia può assumere stati molto strani”.

     Questi stati “esotici” della materia provengono dai comuni passaggi di stato che, però, avvengono in condizioni inusuali come le elevate temperature. I nuovi stati si prestano alla ricerca di materiali altrettanto nuovi, utili per la conduttività ad altissime temperature.

     Secondo il Presidente del CNR Massimo Inguscio, in un’intervista al Corriere della Sera, questa materia esotica è meno disturbata dall’ambiente esterno rispetto alla materia comune e promette sviluppi per le tecnologie del futuro, primi fra tutti i “bit quantistici”.

     Tra le altre cose i tre fisici si sono occupati della “topologia” delle transizioni di fase. La topologia è una branca relativamente nuova della geometria che descrive le proprietà delle figure non statiche ma sottoposte a deformazioni continue e stiramenti vari, senza mai arrivare a tagli o strappi e successive incollature.

Per saperne di più: http://www.focus.it/scienza/scienze/nobel-fisica-2016-live